24 OTTOBRE ORE 2.00 1917 LA BATTAGLIA DI CAPORETTO

I luoghi principali dove avvenne la Battaglia di Caporetto furono l’omonima conca le valli del Natisone ed il massiccio del monte Colovrat.

La catena del Colovrat è una lunga catena montuosa caratterizzata da una serie di alture alte circa 1100 metri l’una e coincide con il confine tra Italia e Slovenia. Questo sistema di monti si trova sopra la valle tra Caporetto e Tolmino da dove nel 1915 le truppe italiane partirono per assaltare le linee austro-ungariche. 

Il fattore da ricordare è che la posizione di Caporetto risulta strategica in quanto è ubicata all’incrocio tra il corso dell’Isonzo e la valle del Natisone la quale porta verso la pianura friulana.

Si intuisce subito che la città durante la Prima Guerra Mondiale funzionò da collegamento tra l’interno del paese e la complessa organizzazione del IV Corpo d’Armata che rappresentava la grande unità militare dell’esercito regio dispiegata tra al vallata e le montagne sovrastanti. A pochi chilometri dalla prima linea del fronte c’erano gli alloggi dei comandi di brigata le riserve e le truppe a riposo.

Le valli del Natisone collegano Cividale del Friuli con la valle dell’Isonzo.

A nord si trova il monte Matajur detto anche monte RE alto circa 1641 metri.

L’esercito tedesco richiesto nell’estate del 1917 dall’impero Austro-Ungarico per alleggerire la pressione italiana sempre più minacciosa era un esercito in continua evoluzione molto versatile e mobile al contrario di quello italiano che per colpa della sua burocrazia e del suo classismo restava per forza inferiore a quello dell’Impero Tedesco. L’esercito tedesco infatti dalle esperienze avute contro gli inglesi ed i francesi sul fronte occidentale aveva adottato una serie di migliorie rivalutando nuove tattiche militari da insegnare ai propri soldati impegnati sul campo di battaglia.

Le squadre d’assalto formate da 11 uomini di cui sette fucilieri due portamunizioni e due addetti alla mitragliatrice dovevano muoversi con missione di contrattacco. In particolare si era capito che aggirando le linee italiane e prendendole da dietro si poteva mettere scompiglio tra le file del Regio Esercito. Gli ordini di tali manovre i tedeschi li affidavano ai sottoufficiali. Queste nuove tattiche militari in parte i tedeschi le avevano imparate e migliorate dai francesi sul fronte occidentale. I tedeschi introdussero queste nuove tattiche militari nel 1917.

I tedeschi compresero anche che la vita in trincea sulle prime linee era fisicamente e psicologicamente per i soldati molto pesante per cui adottarono un tipo d’organizzazione diversa mantenendo una permanenza dei solati in prima linea al massimo 2 giorni su dodici.

Inoltre sempre dai francesi le truppe tedesche avevano imparato al tattica militare delle tre trincee cioè si costruivano tre trincee la prima poco presidiata la seconda molto fortificata e difesa mentre nella terza si trovavano le riserve.  

Queste nuove tattiche militari imparate dai tedeschi vennero insegnate anche all’alleato austro-ungarico che le mise in pratica contro le truppe italiane.

L’esercito Regio Italiano nel 1917 si era potenziato rispetto al maggio del 1915 passando da 1 milione di uomini a circa 3 milioni. Anche l’armamento in dotazione ai soldati italiani era migliorato ed aumentato passando ad un numero maggiore di mitragliatrici. L’aviazione aveva conosciuto anch’essa un incremento significativo.

Tutto questo non fu però organizzato però nel migliore dei modi e mancava quell’addestramento ai soldati che in teoria doveva durare mesi oppure anni. Inoltre nonostante il numero degli effettivi italiani fosse aumentato era ancora insufficiente a garantire la sicurezza sui fronti.

L’esercito Regio Italiano era disposto come quello tedesco su tre file di trincea ma a differenza di quello nemico le trincee della prima linea italiana erano ben difese mentre quella della seconda linea presidiavano scarsamente dato che si contava di spezzare le linee nemiche con la forza dell’artiglieria.

Inoltre l’Esercito Regio Italiano presentava una forte burocrazia e poca versatilità con un rigido sistema di comando militare.

Gli ordini tedeschi dovevano passare solamente per la divisione e per il battaglione mentre quelli italiani dovevano passare per il corpo d’armata per la divisone per la brigata ed infine per il battaglione.

Seppure poco qualcosa venne fatta dall’alto comando italiano prima della Battaglia di Caporetto.

Il generale Capello il 29 luglio del 1917 istituì il corpo militare degli Arditi che però risultò inefficace sia per il numero ridotto sia perché possedeva poca esperienza in fatto di tattiche militari difensive come del resto le altre truppe italiane impegnate sul fronte di Caporetto.

Quindi alla difesa elastica tedesca che oltre a quello appena descritto riusciva a costruire buone difese in caso di ritirata a distsnza di pochi chilometri al fronte in ritiro ed all’efficienza di comando l’Esercito Regio Italiano opponeva un’opprimente burocrazia insieme ad un tipo d’organizzazione assolutamente inappropriata.

Nei giorni prima dell’assalto a caporetto le truppe austro-ungariche e tedesche si esercitarono battaglie simulate per affrontare l’imminente battaglia.

Il problema aveva solamente due soluzioni cioè una pacce oppure una controffensiva.

Dopo qualche inutile approccio diplomatico segreto tra Vienna e Roma il piano austriaco d’attacco iniziò a prendere corpo soprattutto quando il crollo della Russia zarista si resero disponibili le diviosni tedesche prima impegnate su quel fronte.

Quando gli austro-ungarici chiesero aiuto ai tedeschi nel 1917 contro gli italiani i due capi di stato maggiore tedesco Hindemburg e Ludendorff acconsentirono all’invio sul fronte italiano del generale Konrad Krafft von Dellmensingen per un sopralluogo. Quest’ultimo dopo aver verificato la forza delle linee italiane presenti sul fronte tornò in Germania e riferì all’Alto comando tedesco che la vittoria era possibile.

In particolare l’ufficale tedesco invio un telegramma all’alto comando tedesco in cui c’era scritto “Waffentreu” che significava “fedeltà d’armi”. Ciò voleva dire la fedeltà d’armi che c’era tra i due Imperi Centrali contro l’Italia traditrice di quel patto d’alleanza che era stata la Triplice Alleanza stipulata nel 1882 “die treuolose Italien” .  La Germania approvò quindi l’invio degli aiuti all’Austria-Ungheria anche perché la Seconda Battaglia dell’Aisne combattuta ad aprile era fallita per i francesi e quindi i tedeschi pensavano che i francesi per il momento non avrebbero attaccato.

L’11 settembre del 1917 il generale Otto von Below venne nominato comandante delle operazioni tedesche a Caporetto e comandante della nuova 14° armata tedesca. Venne subito chiarita dai tedeschi la strategia da adottare contro gli italiani. Boisognava sfondare in un primo momento a Piezzo per poi proseguire in direzione Saga ed infine a Caporetto per poi conquistare il monte Stol puntando verso il Tagliamento. Da Tolmino si sarebbe dovuto risalire l’Isonzo fino a Caporetto per imboccare la valle del Natisone mentre un altro attacco frontale sarebbe dovuto avvenire contro il massiccio della Lessa per poter prendere possesso dell’intero complesso montuoso del Colovrat.

L’obiettivo dei tedeschi era di aiutare l’alleato austro-ungarico alleggerendo la pressione italiana sul fronte Isontino.

Si sperava di arrivare al massimo al Tagliamento da parte austro-tedesca. 

L’attacco effettivo avrebbe dovuto iniziare in data 22 ottobre 1917 ma venne posticipato al 24 ottobre 1917 alle ore 2.00.

Subito dopo l’approvazione del piano d’attacco da parte di Krafft von Dellmensingen i tedeschi avviarono tra Klagenfurt e Krainburg un afflusso massiccio di truppe pezzi d’artiglieria e di munizioni poi trasportati segretamente a poche centinaia di metri dalle linee italiane attraverso delle gallerie scavate nelle montagne.

Dall’altra parte sul fronte italiano dopo l’Undicesima Battaglia dell’Isonzo combattuta nell’estate del 1917 gli italiani si erano schierati difesa e protezione delle linee raggiunte.

Tra queste linee alcune erano decisamente rimaste sposte al nemico ma dopo tanti innumerevoli sacrifici il comando supremo italiano non aveva intenzione di lasciare al nemico ulteriori territori.  

Il 18 settembre 1917 il generalissimo Luigi Cadorna aveva saputo che il generale russo Kornilov aveva fallito nel tentativo di rovesciare il governo Kerenskij quest’ultimo favorevole all’uscita del suo stato dalla guerra. Luigi Cadorna prevedendo lo spostamento di truppe austriache e tedesche sul fronte italiano aveva ordinato alla 2° e 3° armata di stabilire posizioni difensive.

Il duca d’Aosta comandante della 3° Armata inoltrò ai suoi uomini l’ordine ma specificò alle proprie truppe che si doveva assumere atteggiamento difensivo solamente per prevenire le mosse del nemico mentre il generale Capello ordinò un ritiro parziale delle artiglierie. 

Nel frattempo il generale Capello si ritirò a Padova in convalescenza dopo aver accusato un peggioramento delle sue condizioni di salute. Non emanò nessun ordine e venne sostituito provvisoriamente dall’ufficiale Luca Montuori.

Quindi sul fronte italiano all’imminente Battaglia di Caporetto si trovavano le due Armate italiane al comando del generale Cavaciocchi e del generale Pietro Badoglio. Il IV Corpo d’Armata Italiano al comando del generale Cavaciocchi era composto da tre divisioni mentre il XXVII Corpo d’Armata Italiano del generale Badoglio era composto da quattro divisioni.

In quel momento poco prima dell’attacco austro-ungarico e tedesco a Caporetto gli italiani si trovavano in forte inferiorità numerica infatti i pezzi d’artiglieria italiani erano 2982 contro i 3021 dei nemici mentre Luigi Cadorna aveva già avvisato i comandi alleati che si stavano ammassando divisioni tedesche ed austro-ungariche sul fronte italiano dopo la caduta del regime zarista in Russia conseguente alla Rivoluzione d’ottobre.

Il comando supremo itlaiano aveva ato preciso oridne di non effettuare altre offensive e di attestarsi a difesa sulle linee appena conquistate ma alcuni generali come Capello non erano convinti di ciò infatti lui stesso scrive:

“di fronte ad un’offensiva strategica in grande stile nessun’altra manovra può dare risultati se non una corrispondente controffensiva strategica in grande stile o meglio ancora una pronta offensiva che sorprenda il nemico in crisi di preparazione.

Per questo il generale Capello progetto una grande controffensiva che però non fu mai sferrata. Il suo schieramento finì con le artiglierie troppo addossate alla prima linea e i medi calibri schierati sull’altopiano della Bainsizza.

Nel frattempo il generalissimo Luigi Cadorna si era recato il 7 ottobre del 1917 ad ispezionare i lavori difensivi sul Monte Grappa iniziati alla fine del 1916 erano il perno della linea difensiva che collegava gli altipiani al fiume Piave.

Luigi Cadorna scrive:

Laggiù l’altopiano di Asiago e le Melette qui il Grappa a destra il monte tomba e il Monfenera poi il Montello e il Piave. Le ripeto in caso di disgrazia questa è la linea che occuperemo.

Poco prima dell’attacco di Caporetto Luigi Cadorna aveva dato disposizioni di portare a termine le opere difensive. In quei giorni di ottobre però ai comandi italiani sembrava un’ipotesi remota con i magazzini pieni d’armi al fronte.

Il 19 ottobre il generale Cadorna aveva inviato il colonello Calcagno presso il comando italiano del XXVII Corpo d’Armata in quel momento sotto direttiva del generale Badoglio con lo scopo di acquisire informazioni sulla situazione del fronte.

Il colonello annotò:

Sua eccellenza il generale Badoglio era soddisfatto dello stato morale delle sue truppe. Nei soldati l’idea che avrebbero avuto di fronte i germanici pareva avesse rianimato il loro spirito combattivo.

Il generale Pietro Badoglio aveva raccontato al colonnello di come il giorno prima aveva incontrato una compagnia in marcia e la avesse fermata un attimo per farle un discorso:

Io sono il vostro comandante di Corpo d’Armata. Dunque saremo attaccati dagli austriaci e dai tedeschi. Niente paura ragazzi gliele daremo. Io ho tanti cannoni da fracassarli prima che giungano alle nostre file.

Alle ore 16.00 a Cividale venne tenuta una conferenza militare tra Luigi Cadorna ed i suoi generali.

Il generale Capello riferisce che le truppe italiane al fronte sono pronte all’attacco austro-ungarico e tedesco congiunto e che nonostante le divisioni tedesche ipotizzate siano nove quindi circa 150.000 uomini congiunte con sei divisioni austro-ungariche corrispondenti a circa 100.000 uomini la nostra situazione possa reggere ugualmente.

Quindi secondo Capello il rapporto di forze non era un problema anzi era assolutamente certo circa l’ottima organizzazione bellica delle nostre truppe ben addestrate ed armate.

Il generale Capello comandante della 2° Armata Italiana quella che poi sarà tra quelle maggiormente investita dall’attacco austro-ungarico e tedesco era certo che i gas nemici fossero inefficaci in quanto il loro lancio in montagna sulle posizioni italiane presenti sulle alture non avrebbe potuto recare alcun danno ai soldati italiani. Addirittura il generale Capello era scettico circa l’efficacia stessa delle sostanze chimiche presenti nei gas nemici.

Fu in quell’occasione che il generalissimo Luigi Cadorna si accorse che le istruzioni date al generale Capello di mettere in difensiva la 2° Armata italiana non erano tate eseguite. Infatti il generale Capello contava sulla controffensiva per fermare gli austro-ungarici congiunti con i tedeschi mentre il generale del XXVII Corpo d’Armata Pietro Badoglio si era intestardito ad utilizzare le sue artiglierie per bloccare l’avanzata nemica. In pratica l’idea era di far avanzare il nemico per poi bombardarlo con le artiglierie per metterlo in rotta.

Quindi al momento dell’attacco austro-ungarico e tedesco a Caporetto il generale Capello aveva lasciato le artiglierie troppo esposte al nemico in prima linea mentre le truppe di Badoglio si trovavano dove non dovevano trovarsi.

Se entrambi i generali avevano un paino segreto ciò comunque prova che avevano sbagliato entrambi.

Uno dei punti chiave è che il generale capello cercava di scavalcare Luigi Cadorna per assumerne il comando mentre Badoglio cercava un colpaccio per salire ancora più di grado.

Il 23 ottobre venne intercettata una circolare austro-ungarica circa la data dell’attacco nemico alle linee italiane. Caporetto 24 ottobre ore 2.00.

Nonostante i comandi italiani sapessero tutto circa l’imminente attacco a Caporetto ormai era tardi per attestare nuovamente le truppe e le artiglierie.

Queste ultime non si trovavano né in posizione di attacco né in posizione difensiva ma in prima linea.

Anche le truppe di riserva la 1° Armata Italiana arrivarono sui luoghi della scontro e della ritirata tardi stanche e senza mitragliatrici. Gli ingredienti per la Disfatta di Caporetto purtroppo c’erano tutti.

Nell’esercito tedesco ed austro-ungarico si trovavano soldati di molte nazionalità austriaci tedeschi ungheresi sloveni bavaresi ecc. Gli sloveni detestavano gli italiani perché secondo loro gli italiani volevano invadere i loro territori.

Le 2.00 del 24 ottobre 1917. Inizia l’attacco austroungarico e tedesco a Caporetto.

L’attacco cominciò con un intenso bombardamento che durò quasi sei ore. Furono lanciati anche i gas tossici insieme ai proiettili d’artiglieria. In particolare il fuoco dell’artiglieria nemica fu concentrato sulle seconde linee sulle nostre artiglierie e sulle retrovie. Le nostre artiglierie mal disposte e disorganizzate risposero debolmente all’attacco nemico. Il comando supremo italiano aveva dato le direttive circa il tiro dei nostri cannoni che doveva colpire i punti dove molto probabilmente le fanterie nemiche avrebbero dovuto ammassarsi.

Infatti il generale Capello scrive:

l’artiglieria del XXVII corpo d’Armata doveva sparare; non ha sparato! Gli ordini erano stati dati perché sparasse; le previdenze erano state date perché sparasse; non ha sparato!

Il tutto era iniziato in mezzo ad una pioggia incessante con un clima avverso. Dal Rambon telefonarono che lassù nevicava e che vi era stato un grande lancio di razzi bianchi.

L’alba era vicina e quando biancheggiò sui monti le artiglierie iniziarono un tiro che aveva un fragore diverso. Subito ci venne segnalato che tiravano granate a gas asfissiante. Il comando si mise in allarme.

L’azione delle fanterie austro-ungariche non si sviluppò subito. Il primo urto avvenne tra le 6.30 e le 7.00 sullo Sleme mentre sul rimanente fronte si scatenò tra le 7.00 e le 9.00. Alle 8.00 le truppe austro-ungariche favorite dalla nebbia attaccarono le nostre posizioni.

Il IV corpo d’Armata ed il XXVII Corpo d’Armata vennero brutalmente attaccati nella conca di Plezzo. Ci furono subito due sfondamenti sulla linea italiana uno sulla conca del Plezzo l’altro a nord-est di Tolmino in fondo alla valle dell’Isonzo.

Il generale Cavaciocchi telegrafò:

Nemico rovesciata nostra resistenza conca del Plezzo sulla destra del fiume nel tratto quota 700 Isonzo è avanzato presso la stretta di Saga.

Dalla postazione avanzata itlaiana di Maritza veniva comunicato:

Gli austriaci sono usciti dalle trincee li vediamo tra la nebbia che vengono avanti passano i reticolati.

Da Naradelia l’ufficiale al comando di una batteria comunicò:

I pezzi sparati a zero. Gli artilgieri si difendono a bombe a mano e coi moschetti”

Vennero utilizzate delle mine per sventrare le montagne mentre il perno della difesa italiana rappresentato dalla 19° divisione del generale Giovanni Villani resisteva all’attacco austro-ungarico e tedesco.

Se fosse crollato questo punto corrispondente al monte Jeza i nemici avrebbero aperto un varco verso le valli che andavano verso Cividale e la pianura. Il nemico per tutta la notte del 24 ottobre 1917 bombardò incessantemente le postazioni italiane sul monte Jeza riversando un mare di fuoco e di acciaio. Poi i gas che nella conca di Plezzo ebbero effetti devastanti per gli italiani. Appena i gas vennero sparati iniziando la loro coltre di fumo velenoso gli italiani gridarono “alla maschera alla maschera presto! Alcuni soldati non fecero in tempo a mettersi la maschera antigas mentre altri se la tolsero perché il gas alla pelle procurava prurito. La maschera italiana era polivalente ma nulla poté contro il gas nemico chiamato croce azzurra perché i gas venivano indicati per il simbolo disegnato sui contenitori. Il senso di soffocamento e di prurito che i soldati italiani subivano in quel momento obbligò loro a togliersi la maschera respirando così il velenoso e letale fosgene il quale tra l’altro le rendeva inutili. Occhi e gola bruciavano mentre un odore da erba marcia e da mandorle inondava il campo di battaglia. Molti dei soldati che Luigi Cadorna accusò in seguito di codardia davanti al nemico morirono per l’inefficienza delle maschere antigas italiane senza nemmeno riuscire a sparare un colpo. Venne inviato un ufficiale al fronte per verificare che i nostri uomini non fossero in rotta. L’ufficiale italiano li vide tutti in riga all’interno delle trincee senza rendersi conto che quelli erano già morti per i gas velenosi. Gli austro-ungarici assaltarono le nostre trincee con mazze ferrate per uccidere quelli che ancora erano agonizzanti. Gli austro-ungarici trovarono i soldati dell’87° reggimento e del Friuli tutti già morti in riga nelle trincee non avevano nemmeno il tempo di mettersi la maschera antigas e dare l’allarme agli altri.

Intanto le truppe dilagavano. Quando la 22° divisione Shutzen e metà della 3° edelweiss si lanciarono nel fondovalle pochi dei difensori italiani presenti avevano la forza militare per poter organizzare un attacco. I comandanti dell87° reggimento e quello del Friuli caddero feriti.

I tedeschi diedero ordine di assalto alla seconda linea italiana e così alla terza. Alcuni italiani vedendo che i tedeschi e gli austro-ungarici arrivavano da ogni parte si diedero alla fuga.

Già dopo mezzogiorno del 24 ottobre 1917 la rotta italiana stava assumendo proporzioni enormi. Saga era caduta senza resistenza. Gli austriaci scendevano la valle da Tolmino.

La condotta ei cannoni italiani che non spararono stupì anche i comandi nemici.

L’ordine del comando supremo italiano di cannoneggiare le posizioni nemiche non venne dato neppure contro il nemico in avanzata.

Uno dei problemi chiave fu anche l’addestramento che mancava a molti soldati italiani. Gli artiglieri non erano stati addestrati per attacchi avvicinati delle fanterie nemiche. Inoltre i soldati italiani non erano pronti a dei possibili accerchiamenti. Altro elemento importante i pochi ufficiali italiani che organizzarono una linea difensiva vennero travolti dalle masse di soldati italiani in ritirata.

Al ponte di Idrsko il 282° fanteria cercò di opporre resistenza alla 12° divisione della Slesia ma senza riuscirci. Alle 14 le colonne motorizzate austro-ungariche e tedesche puntavano su Caporetto dove si combatteva per le strade.

Venne fatto saltare un ponte inopportunamente così da segnare la fine delle brigate Alessandria Caltanissetta e della Divisione Foggia che furono travolte dai nemici prima che potessero passare il ponte ormai distrutto.

Le truppe nemiche scalarono tutti i monti prendendo i nostri punti militari più importanti. I nostri magazzini bruciavano mentre slattavano in aria i nostri depositi di munizioni.

Presto i tedeschi e gli austro-ungarici si resero contro che l’attacco a Caporetto stava dando risultati non sperati tra cui il crollo del fronte italiano. Anche gli italiani si resero conto che la situazione stava collassando e molti cercarono comunque di resistere. Purtroppo però molti di loro vennero uccisi dal nemico oppure fatti prigionieri. Intanto l’artiglieria continuava a tacere.

Il giorno dopo un messaggio trasmesso dal generale Capello faceva intuire che la tragedia non era ancora stata compresa:

E’ormai accertato che a penetrare nelle nostre linee sono stati deboli distaccamenti. Si richiamano soldati ed ufficiali d una più serena visione delle cose visione alla quale deve essere ispirata la condotta di tutti.

Invece incombeva il disastro sulle nostre linee sui nostri soldati. I combattimenti continuarono accaniti per tutto il pomeriggio

Il monte Stol venne perso ripreso e di nuovo perso.

Nel frattempo il generale Capello ammalato si ritirò a Udine dopo aver concordato con il generalissimo Luigi Cadorna il ritiro delle nostre truppe fino al torre oppure fino al Tagliamento.

Alla fine del 26 ottobre del 1917 fu chiaro al comando supremo italiano che bisognava ripiegare fino al Tagliamento.

Il generale Villani si diresse a Clodig dove era stato trasferito quello che rimaneva delle sue truppe. Durante il viaggio il generale guardava malinconico le truppe in marcia in ritirata.  Dopo aver parlato con il suo stato maggiore si congedò. Si udì uno sparo il generale Giovanni Villani si era suicidato.

La ritirata di caporetto era già iniziata.

I vertici militari iniziavano già a cercare i responsabili di tale disfatta.

Il 28 ottobre 1917 mentre Udine era ancora accanitamente difesa dalle nostre truppe il comando Supremo Italiano diramò un comunicato stampa in cui si leggeva:

la violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di alcuni reparti della 2° Armata vilmente ritiratasi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico hanno permesso alle forze austro-ungariche di rompere la nostra  ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria. La nostra linea si ripiega secondo il piano stabilito. I magazzini e i depositi dei paesi sgombrati sono stati distrutti. Il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra dà affidamento al Comando dell’esercito al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese saprà compiere il proprio dovere.

Il comunicato stampa venne intercettato dal nuovo capo del governo Vittorio Emanuele Orlando che lo modificò ma ormai la prima versione originale era stata letta da tutti paesi belligeranti.

I nemici riposero con un altro comunicato stampa lanciato dai propri aerei sulle nostre truppe in cui si leggeva che Luigi Cadorna dava la colpa ai propri soldati invece che addossarsi lui la piena responsabilità dell’accaduto.

L’enorme ritirata di Caporetto era iniziata. La nuova linea di difesa fu formata lungo il fiume Piave.

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